Santo Natale 2017. Gesù si fa uomo: L’Amore ti cerca. L’editoriale di don Pietro Marchetti

Santo Natale 2017: Gesù si fa uomo: L’Amore ti cerca.

“L’uomo per rendere immortale ed eterna la sua felicità e la sua vita, avrebbe dovuto liberamente scegliere di fissarsi in Dio chiudendo così il cerchio che Dio aveva tracciato creando l’uomo. Ma l’uomo geloso di sé, e con il folle sogno, istigato dal “nemico” di Dio, di misurarsi con Dio, spezza il cerchio e cade a peso morto su di sé. Dio, Amore tradito dall’uomo, non abbandona l’amore verso quell’uomo che lui non era riuscito a raggiungere. Il primo uomo Adamo aveva diffidato di Dio, così Dio ha pensato di non abbandonarlo, ma di scendere verso l’uomo. L’Amore rischia tutto, nulla teme: non i pericoli, non le fatiche, non le umiliazioni, non le pene. Dio si fa viandante, si fa straniero e bussa alla porta del cuore dell’uomo. L’uomo sulla terra, che era sua, non trova più né rifugio, né pace, ne tanto meno gioia; nulla può contentarlo tutte le cose gli diventano infedeli, oppure lo stancano in una noiosa ripetizione e, l’Amore insistentemente ripete: “Dio, cerca dovunque la sua creatura, dovunque “fora la parete” (Ezechiele 8,8) e apre la porta. Per le vie dei secoli come per quelle dei continenti Dio passa a ripetere la sua parola d’amore”.  In queste parole di Mons. Simone Giusti è ben raccontato il grande mistero del Santo Natale che noi stiamo per celebrare. Il tempo di Avvento mi auguro ci stia aiutando a comprendere prima di tutto quanto Dio ci ami, perché Lui lo manifesta sempre. Siamo noi che tante volte non lo vediamo e quindi continuiamo ad ignorarlo. La solennità del Natale di quest’anno ci conferma questa volontà di Dio di non lasciar perdere, di non abbandonare l’uomo in balia dei suoi errori e delle sue sofferenze, ma si fa nuovamente uomo per farci capire quanto ci ami e quanto sia preoccupato della nostra felicità, e nonostante a volte le nostre freddezze, Lui fa tutto il possibile per riconquistare il nostro cuore. Allora buona continuazione dell’Avvento, buon Natale e buon Anno Nuovo. La venuta di Gesù porti nel cuore di tutti una grande Speranza perché essa sia il carburante che bruciando in noi ci spinge ad affrontare la vita con le sue difficoltà, a superarle e a non arrenderci di fronte ad esse.

Don Pietro, Arciprete di Massa.

da “Il Nostro S.Paolo” – dicembre 2017

 

Coerenza morale, altri vescovi in campo

 

Monsignor Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino, invita comunità religiose, istituzioni, associazioni e tutti i volontari del mondo sanitario e assistenziale della diocesi «ad avere il coraggio di fare scelte di coerenza morale e di testimonianza anche andando controcorrente, quando si tratta di salvaguardare e promuovere la vita sempre dal suo primo istante al suo naturale tramonto».

Le parole del vescovo, riportate ieri dall’Ansa e da molte testate stampa, vengono a supporto della chiara presa di posizione di don Carmine Arice, superiore generale del Cottolengo, che aveva già dichiarato che nelle loro strutture «non possiamo eseguire pratiche che vadano contro il Vangelo, pazienza se la possibilità dell’obiezione di coscienza non è prevista dalla legge: è andato sotto processo Marco Cappato che accompagna le persone a fare il suicidio assistito, possiamo andarci anche noi che in un possibile conflitto tra la legge e il Vangelo siamo tenuti a scegliere il Vangelo».

Nosiglia, vescovo della diocesi in cui si trova il Cottolengo, quindi rilancia e invita alla resistenza. «Gli anziani, le persone malate vanno difese e tutelate nei loro diritti e quello della vita è prioritario. Invece nel nuovo quadro normativo», precisa il vescovo di Torino, «si aprono prospettive pericolose e inquietanti anche sui rischi di abusi sulla vita, motivati dai ‘costi’ di mantenimento delle persone malate».

Anche il cardinale Camillo Ruini, intervistato da Repubblica, indica chiaramente la necessità di fare obiezione di coscienza e, di fatto, resistere alla legge. «Il medico, cattolico o anche non cattolico, conserva il diritto di non agire contro la propria coscienza», ha dichiarato il porporato, «quindi di non operare per porre fine alla vita di quel paziente. Può fare dunque obiezione di coscienza, anche se la legge ora approvata non lo prevede: è questo uno dei suoi più gravi difetti».

Il cardinale Angelo Bagnasco, già presidente Cei e ora presidente del Consiglio delle conferenze dei vescovi d’Europa, a margine dell’inaugurazione del presepe nella sede della Regione Liguria ha dichiarato: «Questa legge non mi rallegra, non è un segno di civiltà», precisando che non ritiene «che sia una cosa buona perché considera l’idratazione e l’alimentazione non delle funzioni vitali, obbligatorie per tutti, malati e non malati, ma dei farmaci, delle terapie e come tali possono essere, secondo la legge, sospesi».

Di fronte ad una legge come quella appena approvata sulle Dat, sale un mormorio dai vescovi italiani, un vento leggero per ora, ma chiaro: si deve resistere, come aveva scritto sulla Nuova BQ monsignor Luigi Negri. Si deve fare obiezione di coscienza. «Si tratta – in questo momento difficile e delicato – di sostenere una cultura della vita», ha detto ieri Nosiglia, «che sia davvero tale. È un dovere questo proprio di ogni persona, in quanto fedele e cittadino chiamato ad assumersi le proprie responsabilità, e a prendere l’iniziativa affinché i valori della vita abbiano pieno riconoscimento anche nella cultura e nelle scelte politiche del nostro Paese».

 

da “la Nuova Bussola Quotidiana”

 

 

 

I ponti senza verità non reggono di Mons. Crepaldi

I ponti senza verità non reggono

di Mons. Crepaldi

Giovedì scorso 14 dicembre il Parlamento italiano ha approvato la legge cosiddetta sulle DAT che apre all’eutanasia, persino in forme più accentuate che in altri Paesi. Durante la fase della discussione in Parlamento e nel Paese anche io, come vescovo e come presidente dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân, ero intervenuto, insieme ad altri, come per esempio il Centro Studi Rosario Livatino, per mettere in evidenza la gravità del contenuto di questo testo di legge. Purtroppo ha prevalso un’ideologia libertaria e, in definitiva, nichilista, espressa in coscienza da tanti parlamentari. Così l’Italia va incontro ad un futuro buio fondato su una libertà estenuata e priva di speranza.

Questa legge si aggiunge ad altre approvate in questa triste legislatura che hanno allontanato la nostra legislazione sulla vita e sulla famiglia dalla norma oggettiva della legge morale naturale che è inscritta nei nostri cuori, ma che spesso i piccoli o grandi interessi di parte e le deformazioni dell’intelligenza nascondono agli uomini. Coloro che con grande impegno stanno smantellando per via legislativa i principi della legge morale naturale, che per il credente è il linguaggio del Creatore, non sono però in grado di dirci con cosa intendano sostituirne gli effetti di coesione sociale in vista di fini comuni. La libertà intesa come autodeterminazione, che questa legge afferma ed assolutizza, non è in grado di tenere insieme niente e nessuno, nemmeno l’individuo con se stesso.

Preoccupa molto che in questa legislatura leggi così negative siano state approvate in un contesto di notevole indifferenza. Esprimo il mio compiacimento e sostegno per tutti coloro che si sono mobilitati, con la parola, gli scritti ed anche con le manifestazioni esterne, per condurre questa lotta per il bene dell’uomo. Devo però anche constatare che molti altri avrebbero dovuto e potuto farlo. Questa mia osservazione vale anche per il mondo cattolico. Ampie sue componenti si sono sottratte all’impegno a difesa di valori così fondamentali per la dignità della persona, timorose, forse, di creare in questo modo muri piuttosto che ponti. Ma i ponti non fondati sulla verità non reggono.

In momenti come questo può prevalere un sentimento di scoraggiamento. E’ comprensibile. Tutto si paga in questa vita e le pessime leggi approvate produrranno sofferenza e ingiustizia sulla carne delle persone. Si ha l’impressione di doversi ormai impegnare per ricostruire dalle basi un alfabeto che è stato disarticolato. Nel contempo, occorre anche ricordare che la storia rimane sempre aperta a nuovi percorsi e soluzioni e che nella storia ci si offrono sempre nuove possibilità di recupero e di riscatto. Recupero e riscatto che non ripagheranno, umanamente parlando, le ingiustizie provocate e subite, ma che permetteranno di non consentirne di nuove. Non dimentichiamo che c’è la storia, ma anche il Signore della storia. In Lui confidiamo per essere pronti alle nuove occasioni che Egli ci metterà davanti.

* Arcivescovo di Trieste

“Medici, per la vita si deve andare controcorrente” di Mons. Cavina

“Medici, per la vita si deve andare controcorrente”

di Mons. Cavina, Vescovo di Carpi

 

«A questo punto l’elemento più grave di questa legge è la mancanza di qualunque riferimento all’obiezione di coscienza». Risponde così monsignor Francesco Cavina, vescovo di Carpi, sollecitato da La Nuova BQ sulla recente approvazione della legge sulle Dat.

Monsignore, cosa pensa di questa norma approvata dal Parlamento?
«Condivido quanto dichiarato dal cardinale Angelo Bagnasco, non mi sembra proprio che possa ritenersi un segno di civiltà».

Per quale motivo?
«Per diverse ragioni, ne cito una. Questa legge finisce per ridurre idratazione e alimentazione come delle terapie e, quindi, come tali si può arrivare a sospenderle. E qui si apre l’ulteriore gravissimo vulnus di questa legge: la mancanza di ogni riferimento all’obiezione di coscienza».

Cosa può fare un medico cattolico, ma anche un non cattolico, che si trovi in una situazione che lo mette di fronte ad un problema di coscienza di questo tipo?
«Come ha detto l’arcivescovo di Torino, monsignor Cesare Nosiglia, occorre saper testimoniare andando controcorrente. Qui si tratta di dover commettere atti contro la vita che non sono mai negoziabili. Perciò non c’è altra via all’obiezione di coscienza, come ha sottolineato don Carmine Arice, superiore generale del Cottolengo».

Mancando il riferimento all’obiezione di coscienza questa legge sembra aver dimenticato uno dei capisaldi dei tanto decantati diritti umani.
«Certamente c’è una strana contraddizione. Da una parte si dice di voler difendere i diritti delle persone sofferenti, mentre dall’altra si omette un caposaldo della dichiarazione universale dei diritti umani quale è, appunto, il riferimento all’obiezione di coscienza. E’ una schizofrenia che purtroppo vediamo sempre più spesso, soprattutto su certi cosiddetti “nuovi diritti” per cui si fanno grandi battaglie civili, ma poi si riduce lo spazio della libertà di coscienza. Un cortocircuito che dovrebbe far riflettere tutti».

Legge sul biotestamento, è giusto fare resistenza di Mons. Luigi Negri

Legge sul biotestamento, è giusto fare resistenza

di Luigi Negri

 

Di fronte all’approvazione definitiva della legge sul testamento biologico, la prima osservazione, amara, è che la Chiesa italiana ha perso una battaglia che peraltro non ha neanche combattuto. Più in generale non si può evitare un confronto con quanto accadde solo pochi anni fa quando Eluana Englaro è stata uccisa dallo Stato con una operazione infame: allora la realtà popolare cattolica aveva accompagnato questo martirio con una presenza viva e attiva, cercando di impedirlo. Oggi prevale una sostanziale indifferenza non solo da parte dell’istituzione ecclesiastica, c’è stato un silenzio anche per gran parte della realtà popolare cattolica. Non solo: nella frammentazione pubblica, politica, abbiamo cattolici che esultano per quel che considerano un importante passo verso la democrazia occidentale, e altri giustamente preoccupati.

Io che sono intervenuto più volte sulla vicenda aggiungerei queste preoccupate osservazioni:

La prima osservazione è che con questa legge si consente che lo Stato, istituzione capitale di una società, si occupi di problemi e di dimensioni che sono esclusivamente personali, cioè che coinvolgono la persona e quantomeno il contesto parentale nella quale la persona è nata e svolge passi fondamentali della sua esperienza umana. Nel momento decisivo, laddove si devono prendere decisioni gravi di fronte a dolori permanenti, di fronte alla eventualità reale che siano gli ultimi tempi prima del passaggio definitivo, lì il nostro Stato ritiene di essere – insieme a un gruppo di esperti – il soggetto abilitato su queste decisioni che attengono alla sacralità della persona e al contesto parentale in cui la persona è cresciuta e vissuta.
È una singolare riduzione della persona a soggetto di una comunità statale che si rapporta a lui come un suddito. E la realtà parentale scompare del tutto e viene sostituito da una trama di rapporti istituzionali che decidono circa l’esito della vita di una persona. Persona che, si badi bene, non è nata dallo stato e non è suddito dello stato, ma è nata in un contesto parentale, essenziale per la sua nascita ed essenziale per il suo sviluppo.
Siamo di fronte a uno statalismo contro il quale la sana Dottrina sociale della Chiesa – che evoco a quei pochi che ancora ne conoscono i contenuti – ha sempre lottato. Lo Stato non ha ogni diritto, lo Stato deve porre e incrementare le condizioni per la libertà della persona e dei gruppi nella realtà sociale. Se fa altro invece di questo, compie dei gesti che sono totalitari.

Seconda osservazione, legata alla prima: una volta che lo Stato inizia ad allargare le sue competenze sugli spazi della vita personale e sociale, l’appetito vien mangiando. Noi abbiamo già conosciuto nella storia recente la pretesa dello Stato di intervenire nelle sfere significativamente private o personali. Basti pensare a come – non in Italia ma altrove – lo Stato è intervenuto sui matrimoni, magari scoraggiando o impedendo il matrimonio fra etnie diverse, tentando di normare la vita delle cosiddette minoranze in modo arbitrariamente riduttivo. Anche Stati che si gloriavano di essere democratici hanno trattato minoranze etniche e linguistiche come cittadini di seconda categoria. Quando lo Stato investe un punto che non gli compete invadendo la sfera della libertà personale e privata, tutta la società è sottoposta alla reale possibilità che lo Stato non si fermi e che in poco o tanto tempo (mi auguro che sia tantissimo) molte altre dimensioni della vita personale e sociale vengano attribuite meccanicamente alla responsabilità dello Stato.

Da ultimo mi sembra giusto rilevare che la minoranza cattolica che, in questa frammentazione sociale e politica dei cattolici, ha ancora il senso della propria identità ecclesiale, della propria dignità di figli di Dio e della propria responsabilità missionaria, capisce che quello del fine vita è un tema su cui investire energie culturali e pastorali. Tutta la comunità ecclesiale, e non solo quella ecclesiale, si deve rendere conto di ciò che è accaduto e deve attrezzarsi a una resistenza legittima in modo che questa legge, dato che c’è, sia attuata il meno possibile.
Una comunità ecclesiale come quella italiana che ha già dimostrato una maturità enorme nell’ambito della cura e della preoccupazione per la realtà e nell’educazione della sua libertà, deve semplicemente aggiungere alla sua agenda altri ambiti in cui esercitare la stessa vigilanza e capacità di resistenza.

* Arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio

da “La Nuova Bussola Quotidiana”

L’ Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria – da “la Nuova Bussola Quotidiana”

Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria

Segno di sicura speranza per tutti i fedeli, con la solennità dell’Immacolata Concezione la Chiesa ricorda che la Beata Vergine Maria è stata preservata immune dal peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento. Questa verità di fede, per la quale la Madre del Salvatore è la prima dei redenti in virtù dei meriti del Figlio, è stata solennemente affermata l’8 dicembre 1854 da Pio IX con la costituzione apostolica Ineffabilis Deus, che al suo culmine recita: “[…] con l’autorità di Nostro Signore Gesù Cristo, dei Santi Apostoli Pietro e Paolo e Nostra, dichiariamo, affermiamo e definiamo rivelata da Dio la dottrina che sostiene che la Beatissima Vergine Maria fu preservata, per particolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, immune da ogni macchia di peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento, e ciò deve pertanto essere oggetto di fede certo e immutabile per tutti i fedeli”.

Nell’esaltare questo capolavoro della Santissima Trinità, Pio IX scrive che le origini immacolate della Beata Vergine “erano state preordinate nell’unico e identico decreto dell’Incarnazione della Divina Sapienza”, perché Dio volle dall’eternità che Maria, la “piena di grazia” (Lc 1, 28), fosse preservata da ogni traccia di peccato per custodire perfettamente nel suo grembo il divin Figlio fatto uomo per mezzo dello Spirito Santo. Questo piano salvifico che fa di Maria la nuova Eva e madre dei redenti, frutto insieme della grazia e della sua completa obbedienza alla volontà divina, è preannunciato nella Genesi quando Dio (proprio dopo il libero compimento del peccato originale da parte dei nostri progenitori) si rivolge al serpente infernale prefigurando l’esito della battaglia escatologica: “Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno” (Gn 3, 15).

Alla definizione del dogma si arrivò dopo secoli di dispute e approfondimenti teologici, perché si poneva la questione di conciliare l’Immacolata Concezione con la dottrina sul peccato originale e l’universalità della Redenzione operata da Cristo. Già sant’Agostino (354-430), scrivendo sulla trasmissione del peccato originale a tutti gli uomini, aveva riconosciuto la natura speciale della Beata Vergine e il fatto che “Maria non entra assolutamente in questione quando si parla di peccati”. I Padri della Tradizione orientale, inoltre, fin dai primi secoli della cristianità chiamarono Maria “la Tutta Santa”, intuendo una realtà che sarebbe stata spiegata teologicamente in Occidente. Qui, nel IX secolo, il benedettino san Pascasio Radberto scrisse in modo esplicito che Maria “è stata esente da ogni peccato originale”, sebbene si era ancora lontani dall’argomentarne il motivo.

La discussione sul come motivare l’assenza di peccato originale in Maria si intensificò con la teologia scolastica, in particolare con sant’Anselmo d’Aosta che parlò di una redenzione anticipata della Vergine prima della nascita di Gesù, ma ancora dopo il concepimento. Dopo altri importanti teologi scolastici con idee simili, la svolta arrivò grazie all’opera di Giovanni Duns Scoto (1265-1308), capace di superare la difficoltà precedente ribaltando la prospettiva: il concepimento immacolato di Maria non è un’eccezione alla necessità della Redenzione, ma il frutto più alto della stessa Redenzione di Cristo, i cui meriti sono tali dall’aver preservato la Madre dal peccato originale. “Cristo esercitò il più perfetto grado possibile di mediazione relativamente a una persona per la quale era mediatore. Ora, per nessuna persona esercitò un grado più eccellente che per Maria […]. Ma ciò non sarebbe avvenuto se non avesse meritato di preservarla dal peccato originale”, scrisse Duns Scoto, che esplicitò così le basi della cosiddetta “redenzione preservatrice” di Maria Immacolata, la quale “è già ciò che tutta la Chiesa desidera e spera di essere” (Giovanni Paolo II).

Sebbene per qualche tempo le controversie tra macolisti e immacolisti continuarono, dalla seconda metà del XV secolo in poi la maggior parte dei teologi era concorde sull’Immacolata Concezione e il magistero di diversi pontefici, pur non definendo ancora il dogma per prudenza, vi si espresse favorevolmente: il primo fu Sisto IV nel 1483, seguito da Paolo V, Gregorio XV e Alessandro VII. Lo stesso Sisto IV introdusse a Roma la festa liturgica della Concezione, già celebrata in Oriente e in altri luoghi della cristianità, e Clemente XI la rese universale nel 1708, quando gli altari dedicati all’Immacolata non si contavano più. La pietà immacolista si rinvigorì poi con le apparizioni del 1830 in Rue du Bac, dove santa Caterina Labouré vide attorno alla Vergine la scritta “O Maria, concepita senza peccato, prega per noi che ricorriamo a Voi”, che fu impressa in milioni di esemplari di quella medaglia presto definita “miracolosa” dal popolo.

Quando Pio IX salì al soglio petrino il quadro teologico era dunque chiaro. Prima di procedere alla definizione formale del dogma, il Santo Padre, che aveva ricevuto istanze da più parti, scrisse nel 1849 l’enciclica Ubi Primum per conoscere il pensiero dei vescovi di tutto il mondo (i quali collegialmente hanno valore magisteriale subordinato a quello del successore di Pietro) e affinché gli comunicassero per iscritto la devozione verso l’Immacolata dei fedeli da loro guidati, segno dell’importanza del sensus fidei accanto alla Sacra Scrittura, alla Sacra Tradizione e alla diffusione del culto liturgico. Dei 603 vescovi consultati, 546 si dichiararono a favore del dogma inviando lettere “pervase da incredibile compiacimento, gioia ed entusiasmo”, come ricordò Pio IX nell’Ineffabilis Deus, e che confermarono “la straordinaria pietà e i sentimenti” che il clero e tutti i fedeli nutrivano verso l’Immacolata. Nel 1858, quattro anni dopo la proclamazione del dogma, in una delle apparizioni di Lourdes la Beata Vergine si presentò così a Bernadette: “Io sono l’Immacolata Concezione”.

Per saperne di più:

Ineffabilis Deus, costituzione apostolica di Pio IX (8 dicembre 1854)

Mese di novembre. I Novissimi e il senso della morte

Se uno vedesse come muoiono i nostri pazienti, non avrebbe più paura dei Novissimi

di Padre Aldo Trento

«In omnibus operibus tuis, memorare novissima tua, et in aeternum non peccabis». «In tutte le opere tue ricordati della tua fine e non peccherai in eterno», afferma il Siracide (7,36).

I Novissimi sono quattro: Morte, Giudizio, Inferno, Paradiso. Questo pensiero mi accompagna fin dagli anni del seminario, quando nell’ultima meditazione di ogni ritiro spirituale il predicatore ci parlava della morte. E confesso che mi prendeva una grande paura. Ma, giunto a questa età e per di più ammalato, non dico che la desidero ma il suo pensiero mi dà pace, mi permette di vivere intensamente ogni istante tenendo lo sguardo fisso su Gesù Eucarestia.

Tutte le sere, quando vado a letto, un letto di una piazza e mezzo in cui c’è spazio anche per un crocifisso di un metro, giro quest’ultimo verso di me e, guardandolo, recito i Misteri dolorosi del rosario. Contemplare ogni momento della Sua sofferenza mi permette di riconoscere anche nella mia sofferenza il significato ultimo, senza il quale il dolore sarebbe insopportabile. Una volta terminato il rosario, metto il crocifisso sul suo cuscino, mi giro dall’altra parte e, terminate le litanie in onore della Madonna, finalmente dopo tanti anni dormo in pace. Un piccolo gesto, quello di dormire in compagnia del crocifisso, che, oltre a darmi animo guardando in faccia Colui per cui vale la pena soffrire, mi ricorda il destino finale che però va oltre la croce.

L’ospedale è una grande risorsa per questa memoria e una sfida continua alla ragione della vita, per prendere sul serio la realtà, per cogliere il valore di ogni istante nel quale nella mia libertà mi gioca il destino finale: «Dio, che ti ha creato senza di te, non può salvarti senza di te», direbbe sant’Agostino. La clinica “Casa Divina Providencia – Don Luigi Giussani”, che accoglie malati terminali e poveri, è la memoria viva e palpitante del fatto che siamo fatti per un oltre, per l’eternità. Il filosofo Horkheimer direbbe: «Siamo pellegrini dell’Assoluto»; non come Heidegger, che definiva l’uomo un «essere per la morte», né come Sartre che lo vedeva come «una passione inutile». Nella nostra clinica tutto chiede l’eternità. Non esiste la paura della morte, perché in ognuno dei pazienti è chiaro che la morte è un ritornare là da dove siamo partiti.

Già il padre Antonio Zepp, il genio delle Riduzioni, scriveva nel suo diario di questa atarassia che caratterizzava i Guaraní di fronte alla morte.

«Tutti i giorni dobbiamo visitare dai venti ai trenta ammalati [oggi chi lo fa?], offrire loro i Santi Sacramenti, assistere i moribondi, consolare padri e madri di famiglia […]. La mia anima si scioglie quando visito e contemplo questi poveretti, soprattutto quando io, con il mio Redentore Crocifisso in mano, incoraggio un moribondo. Allora non posso fare a meno di dire: “Possa anch’io morire come loro”. Perché ho visto morire molti uomini in Europa, anche religiosi, ma pochissimi come questi. Non si può descrivere con che gran pace, con quanta serenità di coscienza, con che virtuosità del corpo e dello spirito muoiono questi Indios. L’Indio non mostrerà segno d’impazienza o di fastidio nemmeno dopo una lunga e dolorosa malattia né darà un solo gemito di dolore o un sospiro simile, mai piangerà o griderà… Sul letto di dolore non lo preoccupano né la sua amata sposa né i suoi amati figli, i cui sospiri non gli straziano il cuore. Non lo preoccupano il denaro né i beni materiali, che deve abbandonare. Non deve pagare debiti né fare testamento, non lo preoccupano le inimicizie, perché quasi non ne ha. Intendo dire che quasi non esiste sotto il sole una razza che consegni l’anima così degnamente e serenamente come questi poveri semplici indigeni, abbandonati e disprezzati dal mondo».

Se uno conoscesse come muoiono i nostri pazienti direbbe ciò che scrisse padre Zepp trecento anni fa.

I Guaraní considerano la morte come il raccogliere in un unico e ineffabile atto tutta la storia della parola di un uomo che in questo atto supremo diventa PAROLA ed entra a far parte della grande Parola divina, la quale era presente al momento della sua concezione, lo ha visto nascere e poi rinascere in ciascuna tappa della vita. Per i capi tribù la morte è l’ultima e la più difficile delle prove della vita terrena, che generalmente è considerata come prova per l’anima e preparazione alla vita vera nella casa degli dei (il nostro Paradiso, la cosiddetta “terra senza il male”).

C’è una sintonia impressionante fra i Guaraní che non hanno ancora incontrato Gesù e noi. Ed è questo il motivo per cui nella nostra clinica la persona più importante è il sacerdote, chiamato “Pai” cioè “Padre”. Da tredici anni sto con loro, avendo accolto 2.010 pazienti terminali; di questi, 1.503 li ho accompagnati a morire, cioè a ritornare a quella Parola che li ha creati. Impressionante è il nesso con le prime parole del Prologo di san Giovanni. Li guardo morire – il 90 per cento di loro ha meno di 60 anni – e nella faccia di tutti non ci sono segni di disperazione. La fede cattolica ha esaltato al massimo la concezione positiva della morte, che vedono come l’incontro con il “Logos”.

«Verrà la morte e avrà i tuoi occhi», scriveva Pavese, ma oggi non mi spavento più grazie ai miei figli, che hanno nel sangue la concezione di essere pellegrini dell’Assoluto. La Chiesa nel mese di novembre ci ricorda i Novissimi e per questo, diceva Eliot, è odiata dall’uomo di oggi, perché è l’unica a ricordargli il suo destino. «Memento mori» era il saluto dei monaci, un saluto che metteva in moto la ragione ponendoli di fronte ai grandi interrogativi del destino finale. E non dimentichiamo che l’articolo più importante del Credo è l’ultimo: «Credo la Resurrezione della carne e la vita eterna. Amen». (da “Tempi”).

Nella foto sotto: padre Aldo visita i malati con il SS.mo Sacramento.

Chi è Padre Aldo trento.

«Il mio unico progetto è fare quello che Dio mi mostra ogni giorno». In Paraguay la parrocchia di San Rafael guidata da padre Aldo Trento riprende la coscienza medievale e lo spirito delle Riduzioni dei Gesuiti. Si accompagna l’uomo dalla nascita al cimitero, mostrando come il cristianesimo crea una civiltà dell’amore. Padre Aldo (classe 1947, nativo della provincia di Belluno) è in Paraguay dal 1989 dopo una serie di esperienze anche traumatiche (il periodo della contestazione, una crisi affettiva e la depressione). La parrocchia di San Rafael ha circa 10mila abitanti e si trova nella capitale Asunción. Nel 2004 è nato il Centro di eccellenza dedicato a San Riccardo Pampuri che ha fin qui dato assistenza a 14mila malati («Piccole ostie bianche», come le chiama padre Aldo»). Un asilo, una scuola elementare, un’azienda agricola che prima era destinata al recupero dei carcerati e oggi è una succursale per i malati di aids non terminali. Due casette per i bambini orfani o malati di aids. La Casa Gioacchino e Anna per anziani, il Banco dei donatori del sangue, il Banco alimentare. Sono queste le altre attività sviluppate da padre Aldo che a partire dall’incontro con don Giussani ha ritrovato se stesso e ha accompagnato gli ammalati in particolare quelli terminali verso l’incontro con Cristo.