Cari amici di questi 28 anni e cari parrocchiani,
è sorprendente come il trascorrere del tempo possa insegnarti a gustare la vita, a ripercorrerla nella memoria e a guardare al futuro con occhi nuovi. È proprio in questo tempo che mi trovo oggi a progettare una sorta di riconsegna: di quanto ho ricevuto, di quanto ho vissuto e di quanto, ora, sento il desiderio di donare, per vivere con consapevolezza e pienezza ogni stagione della vita che mi resta.
Direte: «Esagerato! Mica devi morire domani!». Ma che c’entra? Chi ha detto che prepararsi significhi aspettarsi una morte imminente?
In realtà, tutto nasce dalla concretezza dei ricordi e da quella successione di volti, incontri, situazioni ed esperienze che, da quando ho cominciato ad averne consapevolezza, hanno segnato e accompagnato il cammino della mia vita. La ricchezza, ancora viva, di tutto ciò che ho vissuto mi porta a guardare al futuro con gratitudine, ma soprattutto con un profondo senso di restituzione. Restituisco perché sono grato. Perché riconosco che molto di ciò che sono diventato lo devo a quanto ho ricevuto, agli incontri che mi hanno arricchito, alle esperienze che mi hanno formato, persino alle difficoltà che mi hanno insegnato a comprendere meglio me stesso e gli altri.
Restituire, allora, non significa semplicemente ricambiare ciò che mi è stato donato, ma trasformare quanto ho ricevuto in un dono per gli altri. Significa dare continuità alla vita attraverso ciò che posso ancora offrire, lasciare che il bene incontrato e vissuto non si esaurisca in me, ma trovi nuove strade per raggiungere gli altri.
Ecco allora che il 24 ottobre, giorno in cui ricordo con grande gioia la mia ordinazione sacerdotale, diventa un’occasione speciale per offrire sull’altare della Santa Messa tutto me stesso, affidandomi con fiducia a quella misericordia di Dio che si fa vicinanza, accoglienza e perdono.
Perché, forse, è proprio questo il dono più grande che gli anni possono consegnarci: comprendere che non si ama per ricevere, né per trattenere, ma per donarsi. E che, alla fine, la vita trova il suo senso più autentico quando, riconoscendosi amata, impara a diventare essa stessa amore.
Il ministero di parroco a Massa Lombarda mi offre oggi l’occasione di fare sintesi delle esperienze passate e, al tempo stesso, di tradurle in scelte concrete nel presente, lasciando che diventino fonte di ispirazione e stimolo per la proposta pastorale. Si tratta di valorizzare la ricchezza della storia e delle esperienze della nostra comunità, perché possano contribuire a trasformare la realtà e ad accompagnarla in un tempo di profonda transizione. Un tempo che ci chiede di aprirci a situazioni e soluzioni nuove, nella consapevolezza che questa è la nuova e avvincente avventura della Chiesa: continuare a generare vita, vivendo con gioia il presente e guardando al futuro con fiducia
Massa Lombarda, 24 ottobre 2026
don Fabio

Qui entra in gioco la riflessione umanissima che ogni uomo e ogni donna fanno da sempre e in tutte le culture: vivere è amare. Quando diciamo a qualcuno “Ti amo” ciò equivale ad affermare: “Io voglio che tu viva per sempre”: la nostra vita trova senso solo nell’esperienza dell’amare e dell’essere amati, e tutti siamo alla ricerca di un amore con i tratti di eternità. Nel Cantico dei Cantici, l’amato dice all’amata: “Mettimi come sigillo sul tuo cuore come sigillo sul tuo braccio perché forte come la morte è l’amore, tenace come l’inferno è lo slancio amoroso. Le sue vampe sono fiamme di fuoco, una fiamma del Signore” (Cantico dei Cantici cap. 8, versetti 6 e 7). Tenendo presente tale orizzonte allora ci domandiamo: perché Gesù è risorto da morte?